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Come ha iniziato la ricerca su genere e mascolinità?
Spontaneamente, vivendo e lavorando con le femministe, sia mia moglie Pam Benton che le colleghe docenti universitarie. Ho letto i libri che loro leggevano e mi sono convinto che le principali tesi sull’oppressione femminile erano vere. Mi colpì come questi problemi fossero liquidati da altri uomini come se non avessero a che fare con l’equità sociale. L’élite accademica maschile faceva sì ricerca sulle strutture di potere, per individuare i gruppi dominanti del patriarcato, ma fino a che, come uomini, facevamo parte di un gruppo dominante, questo lavoro richiedeva nuove strategie e nuovi concetti. Da qui, la ricerca sulle mascolinità.
Lei ha scritto molto sulle mascolinità gay. Come è che dal femminismo è arrivato agli studi gay e queer?
Non è che il femminismo mi abbia diretto agli studi gay; in un certo senso erano istanze parallele, o convergenti. Sono sempre stato interessato alle questioni inerenti la sessualità, da quando studiavo Marcuse e Freud, o quando ero coinvolto in gruppi di studenti della nuova sinistra. Ho lavorato con uomini gay e sono stato coinvolto nelle loro discussioni. Mi sembra importante che un pensiero sulle mascolinità tenga conto delle critiche gay agli uomini eterosessuali, e riconosca la presenza di un gruppo di uomini già coinvolto nella trasformazione delle relazioni fra i generi.
Qual è il tipo di investimento personale che ha messo nel suo lavoro di critica?
Sono sempre stato socialista, e per me questo significa impegno per l’eguaglianza umana, e ovviamente ciò riguarda le relazioni fra uomini e donne. Non mi sono mai trovato a mio agio con la mascolinità tradizionale, intesa come il modo in cui avrei dovuto vivere la mia vita, perciò ho pensato che sarebbe stato utile avere una preparazione psicologica per rispondere. Ho relazioni d’affetto e vicinanza con le donne, sia come famiglia [inclusa mia figlia] sia come amiche, e la sicurezza e il benessere delle donne e delle ragazze mi riguarda personalmente.
Il suo lavoro sulla mascolinità dice che non c’è futuro per donne e uomini, se nelle diverse organizzazioni che credono nel cambiamento non scatterà maggiore collaborazione; sembra però che i venti di guerra vincano sulla relazione umana, portando paura e odio. Che cosa sta accadendo?
La guerra, e la paura della guerra, sono spesso connessi con l’ordine antico che si nutre della disparità e della gerarchia tra i generi. In parte questa forma mentis affonda le sue radici nella visione tradizionale della divisione in generi sessuali, che a sua volta ha una storia ben costruita da secoli basati sulla guerra come realtà data e fatto immutabile.
Naturalmente ci sono anche culture nonviolente e pacifiche nelle quali i generi e le loro competenze hanno risvolti e significati differenti. Non c’è dubbio tuttavia che i recenti sviluppi bellici, le recenti scelte dei governi a favore della guerra e la nuova mobilitazione aggressiva di matrice etnica ha creato un terreno assai fertile per il rigurgito di ideologie e pratiche reazionarie che hanno investito soprattutto le relazioni tra i generi.
Il femminismo ha insistito sul fatto che sta soprattutto nel linguaggio la chiave per cambiare radicalmente le relazioni; in Italia i nuovi magazine maschili hanno un linguaggio e un uso dell’immaginario fortemente aggressivo nei confronti delle donne. Che ne pensa?
Non sono nuove le proposte di uomo aggressivo che oggi vediamo nei tabloid, basta pensare a quelle che giravano ai tempi della seconda guerra mondiale. Tuttavia il fenomeno è ondivago e da tenere d’occhio: per esempio nelle pellicole hollywoodiane degli anni venti e trenta l’immagine dell’uomo non era così aggressiva e «macista» come è diventata in seguito. Gli «action-heroes» dei quali ammiriamo la mascolina capacità sono in realtà dei modelli violenti sviluppatisi negli ultimi anni, veicolati specialmente dal cinema. Negli anni settanta e ottanta c’è stata una ulteriore diversificazione, e la costruzione di modelli maschili nonviolenti; noi oggi stiamo assistendo ad una nuova escalation di immaginario violento deliberatamente costruito a tavolino dal marketing indirizzato ai giovani, che è il vero ambito del quale preoccuparsi.
Nel suo lavoro lei è vicino ai giovani; pensa che a dispetto della propaganda e del marketing i giovani stiano iniziando percorsi nuovi?
Sì, le giovani generazioni stanno compiendo modificazioni importanti, lo posso verificare tra gli adolescenti che conosco. Certo, ci sono attitudini e comportamenti violenti e misogini, ma c’è anche un livello di accettazione dell’uguaglianza tra donne e uomini che non esisteva quando io ero giovane. I maschi sono più lenti nell’acquisire consapevolezza di sé e quindi anche ad accettarla nelle compagne, è un processo lungo.
In Italia la violenza familiare ha superato quella tra estranei: si può dire che questa violenza è un malanno della mascolinità?
La violenza familiare è endemica dovunque; qui in Australia siamo ancora sotto shock per un incredibile fatto di sangue: un uomo ha brutalizzato la moglie, ucciso l’anziano padre di lei e ridotto in fin di vita la figlia appena nata.
Queste violenze, tranne casi rarissimi, sono sempre compiute da uomini. Le ricerche ci dicono che il problema centrale è la formazione della cultura da parte di questi uomini, che non sono pochi, e che considerano una loro proprietà le donne, i bambini e quanto a loro sottoposto, così da ingenerare reazioni violente se le «cose» si ribellano e acquistano indipendenza.
A parte le follie personali, il punto è che noi spesso definiamo normale questo modo di pensare, che è ancora diffuso. Per fortuna, per quanti uomini violenti ci siano, ce ne sono altrettanti nonviolenti e questi ultimi stanno facendo un lento e faticoso lavoro per emergere, anche nei movimenti globali per il cambiamento del modello di vita sul pianeta.
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